Jethro Tull a Milano

Era il 23 luglio 2018, un lunedì. Una giornata un po’ scomoda per andare ad un concerto. Durante il fine settimana una deve sbrigare certe faccende che non riesce a fare durante la settimana: riparare qualcosa in casa (a me è capitato di dover pulire un tubo di fognatura nel garage), di fare delle compere (mia moglie mi ha convinto che devo comprarmi un paio nuovo di infradito), oppure si vede con gli amici. Alla fine succede che i lunedì sono una giornata di riposo. Però l’occasione era irripetibile e mi sono sacrificato, molto volentieri. Ha organizzato tutto mia compagna. Lei è molta attiva socialmente, dal vivo, ma anche in modo virtuale, su tutte quelle reti dedicate alla comunicazione tra le persone. Fa anche parte di un gruppo che fa un corso di cucitura. Là ha conosciuto una signora con la quale è nata una certa empatia. Così siamo andati in quattro, visto che la signora si ha portato con sé il suo marito. Io ero contento di avere una compagnia un po’ più estesa, ma anche dal fatto che al ritorno tornavamo con la loro macchina.

Io sono arrivato alla zona di San Siro direttamente dall’ufficio, con la linea metropolitana 5, quella viola, senza conducente. Era la prima volta che l’ho usata. Mi sono imbarcato nella prima carrozza; è una sensazione forte vedere i binari scorrere davanti a te e non c’è nessuno alla guida. Dimenticavo, ci sono anche doppie porte: sul convoglio una, e nella stazione la seconda; si aprono contemporaneamente. Così la sicurezza è più garantita perché nessuno si può buttare sotto treno. È dura la vita anche per la gente che vorrebbe fare quel gesto estremo; ogni giorno ci sono meno possibilità per l’azione. Arrivo alla ultima fermata ed esco davanti allo stadio. Un posto che sento nel cuore considerando che sono un milanista, non di quelli sfegatati, ma ci tengo abbastanza. Purtroppo, negli ultimi anni le delusioni sono stati molto più frequenti rispetto ai momenti di gioia.

Jethro Tull a Milano

Erano le 7 di sera e il sole stava ancora alto. Il bar dove dovevo trovarmi con il resto del gruppo era a 300 metri. Quando mi sono presentato io, loro erano già là, su un tavolo sulla strada. Ottimo, così mentre mi godo la birra potrò anche fumare. Mi sono presentato e abbiamo iniziato a chiacchierare, con una birra in mano. Il concerto iniziava verso le 9 e pensavamo di mangiare qualcosa, ma a disposizione era soltanto qualche canape e patatine, inculi nel prezzo delle bevande. L’Happy hour è diventato un modo per cenare a basso costo, ma anche la qualità non è molto alta. Di noi quattro, io ero il più piccolo; non di molto, ma era un fatto. Dopo la seconda birra ci siamo indirizzati verso Ippodromo dove si teneva lo spettacolo. Tanti anni fa frequentavo relativamente spesso il posto e conoscevo bene l’entrata, ma quella era per le corse. Quella dove si tengono i concerti era sul lato corto, almeno 10 minuti da quella principale. Alla fine siamo arrivati. Faceva caldo e si sudava. All’ingresso il controllo, abbastanza rigoroso. La merce principale che è stata sequestrata erano i flaconi di Autan. Serve per proteggersi dalle zanzare, e quelle non mancavano. Tutti sono rimasti sorpresi dal sequestro e molti protestavano; in vano.

Finalmente davanti al palcoscenico, bello ed imposante, ma in un ambiente molto umile. Qualche bagno mobile, 2 bar e poca gente, almeno per un evento come questo. Stimo che eravamo in 2, massimo 3 mila. Stavamo a 30 metri dal podio dove tra pochi minuti saliranno i miei artisti preferiti. In effetti, dopo qualche minuto erano là e hanno iniziato subito a spolverare le vecchie canzoni. Mi sono accorto che del gruppo originale è rimasto soltanto il capo, il personaggio chiave, Ian Anderson. Quest’anno compie 71 anni e questo tour mondiale è per festeggiare 50 anni di attività del gruppo. I capelli se ne sono andati da tanto tempo, ma la sua bravura è rimasta uguale. Quando si mette in posizione della gru suonando il suo flauto, molti raggiungono le vette spirituali.

Due ore di concerto in continua salita, sempre verso i pezzi più conosciuti. I due bar funzionavano alla grande; un leggero taso alcolico aumenta notevolmente il divertimento. I cestini erano pieni dei bicchieri di plastica. Il ritmo scatenato delle chitarre e dei tamburi si scambiavano con il dolce suono del flauto. La voce di Ian è ancora potente come una volta. Il finale era riservato per la loro più famosa canzone: “Locomotive Breath”. Una serata indimenticabile per, sembrava, pochi conoscitori e stimatori di questo gruppo britannico che è riuscito a distinguersi dagli altri con un approccio diverso al vecchio rock and roll. Dopo non poteva mancare il solito chiosco con i panini alla salamella e le birre. Per finire la serata in bellezza, salvo restando l’obbligo di alzarsi presto domani per presentarsi nel monotono ufficio.

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Una giornata buia

Treno ad alta velocitàStamattina mi sono svegliato come al solito. Il bagno, una tazza di latte con una brioscina confezionata ed uno sguardo fuori dalla finestra. Potrebbe piovere oggi, era la conclusione. Ho messo ombrello nella borsa e sono uscito. Dieci minuti in piedi fino alla stazione ferroviaria di Vignate, hinterland di Milano. Già arrivando ho capito che c’è qualcosa che non va. Dal lontano vedo le persone ferme davanti al tabellone con gli orari dei treni. Questo significa che c’è qualche problema. Normalmente la gente lancia un’occhiata e se tutto va regolarmente prosegue. Se ci sono ritardi, ma quelli grandi, uno si ferma per riflettere cosa fare. Quando mi avvicino vedo che il treno che parte un’ora prima del mio è segnalato con 120 minuti di ritardo. Tutti i successivi con ritardi a 3 cifre. E’ capitato qualcosa di serio.

Arrivo sul binario e vedo treno fermo e vuoto. Mi avvicino alla prima carrozza e proprio in quel momento esce fuori capotreno. Chiedo cosa è successo? Si avvicinano anche altri potenziali passaggieri per sentire la risposta. Gentilmente mi informa cha a Pioltello, la stazione successiva alla mia, verso Milano, è deragliato un treno. Tutto è bloccato, ci sono già i magistrati e si indaga sull’accaduto. Quando chiedo sulla possibilità che la situazione si sblocchi, non mi risponde, ma fa una faccia molto espressiva. Decido di tornare a casa e prendere la macchina. Ancora dieci minuti a piedi. Questo mi fa bene perché la mia vita è troppo sedentaria. Salgo nell’appartamento, prendo le chiave, i documenti del veicolo, e informo mia moglie che sta ancora a letto che vado in ufficio con l’auto. Baccio, di quelli sonnolenti. Scendo con le scale in box.

La mia sede da poco si è trasferita in una zona di Milano che conosco poco. Imposto il navigatore satellitare e parto. Accendo la radio. Ci sono le notizie sul deragliamento. Si parla di due persone morte e decine di feriti in codice rosso. Appena adesso capisco che si tratta di un incidente grave. Un po’ di anni fa ero presente in un treno quando questo è deragliato. Un treno storico di Sardegna, con un locomotore a vapore. Le ruote della locomotiva e del vagone dietro, dove era caricato il carbone, sono usciti dai binari, ma sono proseguiti in direzione degli stessi. Il treno si è fermato, il macchinista è uscito fuori, ha guardato sotto i carelli e ci ha comunicato che siamo deragliati. Nessun spavento! Alcuni non si sono nemmeno accorti che è successo qualcosa di anomalo. La preoccupazione principale era se riusciremo ad arrivare al ristorante in tempo per il pranzo che abbiamo prenotato (maialino allo spiedo, una specialità locale). Ecco perché la parola deragliamento nella mia mente invoca qualcosa che non è troppo spiacevole. Da oggi probabilmente la mia percezione di tale evento cambierà.

La strada corre parallelamente, distante circa mezzo chilometro, alla linea ferroviaria dove è capitata la sciagura, ma non si ha la visuale. Però anche qui si capisce che c’è un evento straordinario. Sono le 9, ma le code sono consistenti. Su ogni rotonda è presente una squadra di polizia che regola il traffico. Ogni tanto mi fermavo, spostandomi sul lato della carreggiata per far passare un’ambulanza oppure i vigile del fuoco. Anche nell’aria si vedeva un numero più che insolito degli elicotteri. Si prosegue molto lentamente. Non ci sono soliti automobilisti che suonano, aprono le finestre e urlano. Tutti molto disciplinati, sotto tono, come se sentissero l’evento direttamente. In effetti, anche se con te non c’entra niente e successo molto vicino. Questo fa una grande differenza rispetto alle notizie sulle tragedie simili che senti in TV. Quasi ti fa sentire i spiriti vaganti della gente coinvolta in modo tragico.

Entrato nella città il traffico è diventato più scorrevole; l’effetto dell’avvenimento cominciava a diluirsi, almeno fisicamente, materialmente. Sono arrivato in ufficio senza problemi. Tutto sommato, ho messo la solita oretta dalla casa. Addirittura, sono riuscito a parcheggiare la macchina nel box sotterraneo dell’edificio dove lavoro. Il cielo presentava tutte le sfumature del grigio. Nel pomeriggio ha iniziato a piovere. Domani sarà un altro giorno, speriamo più sereno.

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Essenza

Ho delle tendenze filosofiche ed ogni volta quando prendo la tastiera (una volta se prendeva la carta e la matita) vorrei scrivere qualcosa sull’essenza. Nemmeno Aristotele aveva detto granché a proposito e siamo ancora vivi. Pertanto se falisco anche io non succede niente. Se fossi soci bravo non starei qui a scrivere su un blog. Sarei seduto nel parlamento o almeno in un consiglio comunale. Là sì che conoscono la sostanza, almeno a parole. Quando li senti aprire la bocca, sembra che abbiano assorbito tutto il sapere e tutta la saggezza del mondo. Sembra! Se approfondisci quello che hanno prodotto vedi che si tratta degli ignoranti che pensano soltanto ad avere un posto ben pagato e poco impegnativo. Un mio amico croato ha una sua definizione dell’essenza: dentro di se, su di se e sotto di se. Tradotto in un linguaggio più comprensibile sarebbe: mangiare, vestirsi e fare l’amore. Decisamente meglio di Aristotele.

Qualche sera fa siamo usciti con gli amici per una pizzata. Volevamo portarli in un bel posto deve ci ha portato un’altra coppia amica 2 settimane fa. Non so quanto era contento il mio conoscente? Per arrivare da noi ci ha messo 45 minuti e altri 25 per raggiungere la pizzeria. Quest’ultima è difficilmente rintracciabile senza aiuto dei satelliti. Un bel posto in un villaggio a me sconosciuto. Una splendida terrazza affacciata sul fiume Adda, con una magnifica vista su una cascata. Mi sembra che il posto ripaga la benzina consumata. Siamo stati accolti da una bella cameriera di origine sudamericana, con quel accento molto accattivante. Ci ha portato i menu. Nell’elenco sono presenti 48 pizze. Mio amico voleva Peter Pan, ma senza mozzarella (non serve a niente, visto che c’è anche la scamorza; parole sue). L’amica ha ordinato una tutta sua, non esistente nella lista. Non chiedetemi gli ingredienti; era una combinazione decisamente strana e non me la ricordo. Mia moglie e io ci siamo accontentati delle pizze regolari, descritte sulla carta.

Sono arrivate anche le quattro birre. L’ultima era per me ma è caduta per terra (la brocca stranamente non si è rotta), così o avuto un’altra, a spese del ristorante. Durante la cena i discorsi erano divisi tra maschi e femmine. Ad un certo punto sento l’amica dire a mia moglie che è rimasta di stucco quando ha sentito le parole di Alessandro. Non potevo non reagire e avevo chiesto cosa ha detto di così terribile e in quale occasione. Si tratta da una terza coppia che conosciamo. Si sono sposati all’estero, di sorpresa e ci hanno invitato una sera a casa loro per un piccolo festeggiamento. Dopo la cena si è tagliata la torta e lui (ovviamente, tenevano il coltello insieme) avrebbe detto, con un sorriso, che per lui è la seconda volta. Era sposato e aveva due figli e la tizia lo ha lasciato portandosi via i bimbi. Non mi ricordo nemmeno di aver sentito pronunciare questa farse, ma non vedovo niente di scandaloso. Per me era una semplice battuta, anche per sdrammatizzare la situazione (per quelli non sposati, il matrimonio è una cosa drammatica, molto spesso). Ho chiesto a mia moglie se anche lei considera queste parole un incidente e ho avuto la conferma.

Mi sono girato verso l’amico per sentire la sua opinione. Ero sicuro che pensasse come me, ma lui mi ha sorpreso avendo la posizione delle donne. Volevo sapere perché tutti ritengono quell’uscita così inopportuna. Sono partite le più varie spiegazioni che non mi ricordo nemmeno perché non avevano alcuna logica. Per calmare la situazione ci voleva un dessert ed un grappino, dopodiché abbiamo pagato il conto e ci siamo diretti verso la casa. Mancava poco a mezzanotte. Mia moglie aveva il giorno dopo una gara sportiva e voleva andare a letto. Problema! Il navigatore sul cellulare non funziona. Mostra il messaggio che non riesce a trovare i satelliti. Cavolo, qualcuno li ha rubati! Siamo in Italia e non c’è niente di cui uno si può fidare. Adesso anche lo spazio è diventato inaffidabile.

Cercare l'esenza

Provati gli altri due smartphone, ma il risultato era lo stesso. Gli incendi boschivi, la peggiore siccità negli ultimi 150 anni e adesso non ci sono nemmeno quelli corpi che ruotano nell’orbita terrestre e senza i quali non sappiamo più orientarsi. Ecco l’essenza dell’era moderna. Ci siamo sforzati in quattro a ricordarsi la strada con la quale siamo venuti. Io facevo finta di richiamare la mia memoria perché non mi ricordavo proprio niente. D’altronde, siamo arrivati di giorno e tornavamo verso casa di notte; non si vedeva più lontano dai fari della macchina.

Ci siamo fermati anche in un chiosco (altri tre si ricordavano che prima non c’era, e questo ha provocato l’allarme) per chiedere la strada. Là vendevano i panini e le bibite e la nostra amica aveva un po’ di fame, come lei serenamente dichiarava. Dovete sapere che è molto minuta, alta su 160 cm e non pesa più di 45 chili. Secondo me non ha ne fegato, ne milza, ma soltanto uno stomaco enorme, che non si gonfia mai. Quella sera si è fatta una birra media, una pizza, un tirami su e più di mezzo litro d’acqua, e aveva ancora dello spazio libero nella parte addominale. Per riempirlo si è fatta un panino gigantesco e un’altra birretta. Io, per essere di compagnia, mi sono associato per la birra. Altri due, niente! Siamo arrivati a casa mezz’ora dopo l’inizio della nuova giornata, noi due. Agli amici restavano ancora una quarantina di minuti di guida.

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La banca

E’ inutile dire che ieri ho passato il tempo fino all’inizio del colloquio in modo molto turbato; oscillavo tra la depressione totale ed una inspiegabile euforia. Mi sono alzata alle 9 ed il colloquio era previsto alle 17. Le otto ore molto turbate con i pensieri che vanno e vengono. Rifacevo il trucco, sistemavo i capelli, esercitavo il mio sorriso davanti allo specchio. Sostenevo un dialogo immaginario con quelli della commissione, provando con le varie intonazione della voce, impostando la faccia da seria (rilassati un po’) a divertente ed allegra (no, meglio un po’ più formale).
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Alla fine, con un buon anticipo sono partita per il posto dove oggi potrebbe cambiare il mio destino. Il mio corpo fisicamente tremava e non riseco nemmeno a descrivere cosa succedeva nella mia testa. L’autobus che devo prendere è in solito ritardo di qualche minuto, ma io già sento la catastrofe: l’autobus è stato bloccato dal traffico, oppure si è guastato ed io non arriverò in tempo. Eccolo che arriva, più puntuale del solito. Mi siedo, mi alzo, mi sposto più indietro. La corsa sembra interminabile. Alla fine scendo dal mezzo e passo gli ultimi trecento metri fino a raggiungere lo stabilimento dove è insediata la banca. Sempre mi sono chiesta come mai i più belli edifici appartengono alle banche? Forse perché hanno tanti soldi.
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Guardo l’orologio. Sono in un anticipo abbondante. Mi piazzo a una decina di metri dall’entrata e accendo la sigaretta. Sbircio la gente che entra e esce. Alla fine accedo anche io. Il portinaio mi spiega dove devo andare. Sorpresa! Nella sala d’attesa ci sono altre due persone. Non mi aspettavo questo. Appena mi siedo, una signora esce dall’ufficio e chiama uno dei due. Sembra che i colloqui si sono protratti e così si protrarrà anche la mia attesa. Più aspetto divento più nervosa e insicura. Mi sto sistemando la gonna. Dalla borsetta tiro fuori lo specchiato. Controllo il trucco e la piega. Non trovo alcun difetto, ma niente mi sembra a posto.
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Finalmente entro nella stanza degli orrori. Un maschio ed una femmina. Mi salutano e tirano fuori il mio curriculum e il questionario che avevo compilate quando avevo presentato la domanda. All’improvviso sento che la paura che portavo dentro se n’è andata; come se avesse volato via in un instante. Il tizio legge alcuni dati del curriculum e del questionario. Sorride e muove la testa positivamente, come si dicesse: oh sì, questa va bene. Ma questo non mi rallegra troppo. L’espressione della tizia (sui quaranta, circa la mia età) non mi piace per niente. Non saprei spiegare perché, ma il mio istinto mi dice che non mi è favorevole. Lei mi fanno alcune domande sulla mia vita professionale. La sua faccia non cambia. Il tizio mi fa delle domande private, tipo cosa leggo, che tipo di film mi piacciono, se pratico qualche sport?
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Sono molto contenta delle mie risposte e del modo come le comunico; in modo pacato, ma rilassato ed anche divertente, con qualche battuta correttamente misurata. Lui mi informano, lo sapevo già, che questo è il primo passaggio e se lo passo ci sarà uno secondo tra sette giorni. Mi faranno sapere almeno due giorni prima. Mi fornisce un altro chiarimento: se passo anche il secondo turno ci sarà un corso di addestramento, in parte qui a Milano e in parte, per quanto riguarda il software da utilizzare, a Monza. Mi va bene? Sì, confermo, e aggiungo dentro me stessa: magari.
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Il fine settimana passato era molto impegnativo. Il primo giorno era nel segno di gonfiaggio dei palloncini. Erano più di 200. Meno male che c’era anche la mia sorella, ma anche i ragazzi del teatro hanno dato una mano. La conseguenza era che mi sono rovinata un dito sulla mano sinistra. Era impegnatissimo legare i palloncini. Il giorno dopo, domenica, sulla città è venuta una burrasca che non si vedeva da tempo.  Mercoledì, sei giorni dopo il colloqui, non avevo alcuna notizia dalla banca. Si tratta di una loro svista o di un ritardo nel comunicazione, oppure non sono passata il turno. Venerdì avevo già dimenticato il colloquio; la prassi per superare velocemente le delusioni. Ero già pronta ad affrontare la prossima festa dei bambini nel teatro scolastico; se il mio dito me lo permetterà.

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Turchi

Succede di tutto. L’altro ieri ho dovuto traslocare da un ufficio in altro. Spostano le persone da un’altra sede qui da noi e noi ci dovevamo stringere. Prima eravamo in 3, massimo 4 persone in una stanza e adesso siamo in 7. Un notevole peggioramento delle condizioni ambientali ed anche sociali. Il nostro impianto che produce l’aria condizionata non è molto potente. In 3 ci si stava relativamente bene, ma adesso in 7 si fa fatica. 4 persone in più con i relativi elaboratori elettronici, i monitor e le stampanti. Tutta roba che emette il calore, più di doppio rispetto allo stato precedente. Dal punto di vista sociale, ci sono molte più telefonate che disturbano il processo lavorativo, se quello che stiamo facendo si può chiamare così. Ogni tre minuti c’è qualche musichetta dagli smartphone e non sempre il proprietario è presente nella stanza, e così tutti gli altri si devono godere la sua suoneria.

In effetti, volevo parlare a proposito dei turchi, ma disordine si sente anche qui. Non so se è direttamente collegato al golpe in quel paese di Medio Oriente, ma il nostro trasloco è capitato qualche giorno dopo e mi viene qualche dubbio. Volevo spiegarvi cosa è successo veramente. Ci sono molto che sono andati abbastanza vicino, ma nessuno ha azzeccato la verità al cento per cento. Negli sotterranei della politica da tempo si parlava di un possibile golpe in Turchia. Ci sono dei commentatori che spiegavano, durante le ore calde dell’evento, che i golpi intrapresi nel passato erano in qualche modo sempre positivi in quando difendevano la laicità e la democrazia.

Queste ultime due parole non sono molto gradite ad Erdogan. Qualche paese dell’occidente si è anche dato da fare per aiutare la cospirazione dei militari. Qui parlo delle azioni dirette intraprese, ma di fatto a nessuno dispiaceva l’eventuale detronizzazione del Sultano. Lui non è molto simpatico, ma non è neanche scemo. I suoi servizi segreti sono in cima tra quelli più affidabili ed efficaci del mondo e così anche lui seguiva la vicenda. Ad un certo punto si è messo a pensare ed ha avuto un’idea; per adesso sembra vincente.

Ha convocato qualche generale ed alcuni colonelli, di quelli fedeli a lui e gli avevo chiesto di fare un po’ di fumo. Sono stati messi a disposizione 3 aerei, 5 elicotteri e 12 carri armati. Quasi tutto concentrato in Istambul ed Ancara, le due città principali della Turchia, quelle coperte in modo continuativo dai media mondiali. Qualche decina di ufficiali e sottoufficiali ed una migliaia di soldati semplici per portare in scena la sceneggiatura. Due cento, trecento morti sono messi subito in conto, ma non è un problema. I turchi sono quasi 80 milioni, e non si sentirà molto la mancanza.

L’ordine: andate sulle strade ed inscenate una rivolta militare. State ridendo di quello che scrivo. Lo so che non è possibile provarlo, ma vi do un aiutino. Avete visto gli eventi in diretta? Vi ricordate l’inquadratura dei carri armati sul ponte di bosforo? Partendo dalla prima notizia, la camera che trasmetteva la scena era accesa. Verso la mezzanotte sulla scena compaiono i sostenitori del presidente turco. Vanno avanti, e dopo gli spari in aria tornano in dietro, spesso cadendo. C’è paura che sono stati sparati, ma no, si rialzano e proseguono la loro corsa. E la camera è sempre attiva, zooma, si gira a sinistra e a destra. Ma non vi siete chiesti come mai c’è quella camera. Dopo è comparsa anche una nuova, sulla piazza Taksim.

Alle due tutto finito. La durata di circa 4 ore, quanto basta. Dopo la festa nazionale. Tutti in piazza a festeggiare. Credo di non dover spiegare perché ha fatto questo. Si sono visti negli ultimi giorni in modo chiarissimo tutti i vantaggi che sono usciti da questa storia, per Erdogan ovviamente. La pulizia dei vertici militari. Adesso, quando tutti che volevano, o potevano volere un golpe, no ci sono più nelle loro posizioni, non c’è nessuno che può fare il colpo di stato. Mi visto che c’è l’occasione, il nostro eroe sfrutta la possibilità di fare fuori qualche oppositore politico, tra cui alcuni giudici della corte costituzionale, migliaia dei giudici semplici, qualche migliaia dei professori e docenti. Ha perso la propria posizione anche qualche imam, non sufficientemente allineato con l’islamizzazione del paese. Tutte azioni incostituzionali. Perché la costituzione va sospesa nei tempi di emergenza proclamato. Non rompete, è tutto legale qui!

L’occidente tuona per la sospensione della democrazia, ma lui è stato eletto democraticamente ed il suo demos gli ha mostrato tutto l’affetto durante questa ‘crisi’. E’ una democrazia pura, la dittatura della maggioranza.

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Giochi d’azzardo

La vita è un esempio molto valido. Mi alzo di mattina e vado a prendere il treno. E’ un gioco d’azzardo puro, perché a volte capita che quello mio, del 8:33 viene soppresso; per essere sincero non troppo spesso. Il ritardo è al ordine del giorno. A volte anche pochi minuti, ma io devo prendere un altro treno. Quelli pochi minuti a volte me lo fanno perdere. Capita anche che viene in orario. Dopo, arrivato in ufficio, temo l’umore del capo. Oggi avrà un atteggiamento ostile, oppure sarà tranquillo? Un puro l’azzardo è andare a chiedergli le ferie. A me servono perché la settimana prossima vorrei andare a fare una settimana bianca. Ho già prenotato tutto e comunicato un mese fa la mia intenzione; perciò non dovrebbero esserci dei problemi. E in effetti, fino ad oggi non mi sono mai state negate le vacanze, ma finché arriva un ‘Sì’ finale, sudi. Il tizio fa tutto per farti pesare la vacanza, come se lasciassi l’ufficio in modo incosciente, senza tuo contributo, fregandosi dalla società. E io non ho coraggio di dirgli che lavoro soltanto per i soldi e che la Gloria non è il mio tipo.

Ultimamente è a rischio anche l’attesa per il capodanno. Te lo fanno arrivare in anticipo. Ti viene sempre più spesso la domanda: e di chi posso fidarmi in questa società moderna, tecnologica, su molti aspetti ogni giorno più ingiusta. Devi dimenticare, divertirti per non pensare alla cose pesanti. E così, qualche mese fa ho aperto un conto tramite casinò online in uno dei posti dove il gioco d’azzardo è quello che ti aspetti davvero. Metti i tuoi soldi e speri che quelli si moltiplicano, sapendo benissimo che possono anche sparire: almeno hai la certezza dell’incertezza. Provare per dimenticare, per divertirsi, per trovare un po’ di adrenalina che tiri su i tuoi processi chimici interni. Anzi, se la tua immaginazione e forte ed il tuo pensiero sfacciato, puoi pensare che tu fai correre il rischio al casinò di perdere i soldi, magari tantissimi. Le bische online tremano quando vedono il tuo nome comparire nel sistema. Sei un giustiziere case da gioco online.

Ma questa operazione riporta non soltanto il brivido di gioco, ma anche altro tipo di tremito, l’altro azzardo ricorrente: la moglie. Gioco per rilassarmi, per riposare la testa di tutti quelli pensieri neri che mi avvolgono durante il giorno. Se vado al letto con loro, l’incubo prosegue e non riesco a dormire bene. Rimorsi per le azioni, o non azioni della giornata che sta finendo, preoccupazioni per come andrà la giornata di domani… Pertanto due giri alla roulette, qualche mano con video poker e blackjack e dopo tanti clic sul bottone delle slot machine. Così dopo, sdraiato nel letto, mi continuano a girare le ruote con la frutta, con gli dinosauri e vari simboli geometrici, e questi mi porta nella profondità del sonno in modo piacevole e veloce.

Così, quando tutti sono sotto le coperte, io mi ritiro nel mio stanzino, accendo il mio calcolatore elettronico mi logo in casinò online ed inizio a giocare. A volte fino a tardi, con il rischio di non svegliarmi in tempo domani mattina. Una notte mia dolce metà aveva mal di stomaco e si è alzata. Ha deciso di farmi una visita. Era molto silenziosa e non me ne sono nemmeno accorto quando è entrata. Sono girato con la schiena verso la porta e così chi entra vede subito cosa c’è su monitor. Lei non è stupida ed è partita subito la domanda: ma tu giochi nel casinò online?

Mentre sentivo la voce, un tremore passava per il mio corpo ed il mio cervello in pieno panico cercava una risposta valida. Sì, cara, ma questo e tutto gratis. Si gioca senza soldi, con denaro virtuale che ti regalano. E’ soltanto per rilassarmi, per divertirmi un po’ prima di andare a dormire. Altri dieci minuti di domande scomode, ma il primo impatto avevo assorbito bene e alla fine è andata tutta liscia. Siamo andati insieme nel nostro covo e non riuscivo ad addormentarmi perché pensavo al rischio che avevo appena corso. Ero piuttosto arrabbiato con me stesso perché avevo detto una bugia e non avevo attributi di affermare come stanno le cose. Guadagno bene e gioco poco. Mai perso più di una ventina di euro in un giorno. Il peggior mese mi a portato via circa 140 euro, un importo che mi posso permettere di perdere senza battere l’occhio: non ha alcuna influenza sul nostro bilancio domestico. E a volte anche vinco, sempre poco, ma vinco. E perché non ho coraggio a dire cosa sto facendo: ho tutto il diritto per dormire sogni tranquilli?

Per la paura della sua reazione. Riesco o sopportare tanto, specialmente per la pace in casa, ma a volte lei esagera e continua le sue elucubrazioni per giorni. Il mio limite di sopportazione e di sofferenza è alto e così lei si incoraggia a proseguire, finché a me non esplode. E quando esplodo io è gioco d’azzardo: non sai mai cosa succederà. Se la palina si fermerà sullo zero, oppure sul diciassette.

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Closer

Circa dieci anni fa ho visto un film, Closer. Ricordo che mi era piaciuto ma non saprei dire per quale motivo. Quello che, all’epoca, mi aveva lasciato il film era addirittura un dispiacere per una delle due coppie che si lasciano. Evidentemente, i venti anni sono anni del romanticismo e ingenuità. Ultimamente non guardo molto spesso i film, preferisco le serie tv. Ci sono di interessanti. Comunque sia, in una delle rare occasioni con il telecomando in mano e facendo un giro di canali, ho visto il promo del film. Mi sono subito chiesta di quale percezione avrei avuto dei personaggi e della storia dopo così tanti anni. Ho rivisto il film con molta attenzione. La prima volta ero molto coinvolta, ora, a tratti pure annoiata.


Tutta la trama ruota intorno a due coppie, Dan e Alice da una parte, Larry e Anna, dall’altra. L’inizio è gratificante per tutti i personaggi coinvolti che sembrano essere felici. Ad un certo punto, Dan lo scrittore, durante uno shooting per la copertina del suo primo libro si innamora della fotografa Anna. I due intraprendono una relazione segreta per un anno. Nel momento in cui decidono di confessare il loro tradimento ai partner, la situazione, inevitabilmente, si complica.


Alice va via di casa, Dan e Anna restano insieme per un po’ di tempo e Larry non si rassegna alla perdita della moglie continuando a cercarla. Alla fine Anna tradisce Dan con Larry e lui decide di lasciarla. Larry è felice di riavere la moglie e consiglia a Dan di tornare da Alice, confessandogli di avere condiviso con lei la passione di una notte. Anche Dan e Alice tornano insieme fino a quando lui non la costringe a confessare di essere stato tradito. Lei confessa e in seguito gli comunica di volere interrompere la loro relazione. Rientra negli Stati Uniti, il suo paese di origine e nella scena finale lo spettatore viene a conoscenza che il suo nome vero è Jane, non Alice.


Il film è di quelli lenti, per cui dovete essere dell’umore giusto per vederlo. La scoperta interessante che ho visto questa volta nei personaggi è che nessuno di loro vive una relazione riuscita. Nei confronti di Alice, Dan ha un visibile senso di protezione. A sua volta, Alice vede lo scrittore come un uomo da idealizzare. Anna mi sembra un personaggio incostante e confuso su ciò che vuole in un rapporto e suo compagno, Larry, ossessionato da lei.


Insomma, lo scenario positivo di dieci anni fa circa, ora è diventato uno triste. La musica però è rimasta piacevole. Il film è stato girato in base alla omonima opera teatrale in cui però il finale risulta essere diverso, Alice muore e Larry e Anna si separano. In entrambi i casi, posso concludere dicendo che non è un film per i romantici e gli idealisti. Quelli di una volta, intendo.

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Vignettista Maurice Sinet processato con le accuse di antisemitismo

 

Il mese di gennaio del 2015 sarà a lungo ricordato per l’attacco terroristico alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo. Ho avuto l’occasione di ascoltare e leggere differenti punti di vista e questo mi ha portato ad approfondire ulteriormente l’argomento. Si sa che al giorno di oggi, la rete fornisce qualsiasi informazione e tra tutte quelle che ho trovato vi riporto quella che ha suscitato maggiormente il mio interesse. Al centro della vicenda troviamo uno dei vignettisti del tanto chiacchierato giornale francese, ancora in vita in quanto licenziato. Nel 2009, il corrispondente inglese del Daily Telegraph in Francia, Henry Samuel, pubblica il seguente articolo.

Maurice Sinet (80), giornalista, disegnatore e autore satirico francese, conosciuto con il pseudonimo Siné, è stato accusato per ‘l’incitamento all’odio razziale’ a causa della rubrica pubblicata lo scorso luglio all’interno del settimanale satirico Charlie Hebdo. Il testo ha suscito delle forti polemiche tra gli intelletuali francesi che hanno portato al licenziamento del noto vignettista. Nel testo, sotto il titolo ‘L’affaire Siné’, il giornalista ha commentato il fidanzamento di Jean Sarkozy, il figlio del presidente, con la ventiduenne Jessica Sebaoun-Darty, l’ereditiera ebrea di una famosa catena di negozi dell’elettronica. Nel suo commento, in base ai rumors che vedono il figlio del presidente convertirsi all’ebraismo, Siné ha scritto: ‘Questo ragazzo farà tanta strada.’

Un commentatore politico ha attaccato la rubrica per i pregiudizi riguardanti gli ebrei ed il successo sociale. Il redattore di Charlie Hebdo, Philippe Val, ha chiesto a Siné di porgere delle scuse. Siné ha rifiutato, aggiungendo anche che preferirebbe tagliarsi le palle. La decisione di Val di licenziare Siné è stata appoggiata dal gruppo di noti intellettuali francesi, compreso il filosofo Bernard-Henry Levy, ma la parte della sinistra liberale lo ha supportato con l’argomento riguardante il diritto alla libertà di parola. Settimana scorsa, Siné, che, non molto tempo fa ha fondato il suo settimanale chiamandolo ‘ Siné Hebdo’ ha fatto causa a Claude Askolovitch, il giornalista che lo ha per primo accusato dell’antisemitismo, considerando la sua dichiarazione una blasfemia.

‘Sono rimasto molto colpito dal fatto di essere considerato un antisemita’ ha dichiarato durante il processo aggiungendo che, se avesse incontrato il giornalista Askolovitch non gli avrebbe fatto causa ma gli avrebbe direttamente dato un pugno in testa. Nel secondo processo Siné è di nuovo sul banco degli imputati. E’ stato citato in giudizio da Licra, un gruppo che lotta contro il razzismo e l’antisemitismo. La questione dell’antisemitismo, è già di per se una questione delicata, in una nazione nella quale viene ancora ricordato il caso di Alfred Dreyfus, un capitano ebreo il quale nel diciannovesimo secolo venne erroneamente accusato di spionaggio, è diventata ancora più delicata a causa della offensiva israeliana lungo la striscia di Gaza.

La Francia è stata colpita da una serie di episodi di antisemitismo, compreso l’attacco alla sinagoga con il cocktail-molotov. Il giovane signor Sarkozy, che ora è il leader del partito del padre, nel frattempo si è sposato. Ha smentito le voci secondo le quali avrebbe intenzione di convertirsi alla religione ebraica.

Qui vi segnalo http://ginone.my-board.org/ dove ho letto un interessante articolo sul tema legato all’attentato di Parigi. L’autore ci mostra quanto la libertà di parola e il diritto alla satira siano dei concetti molto relativi che dipendono dal punto di vista delle persone. Molto interessante è il confronto tra la visione dei vari gruppi etnici e culturali sullo stesso argomento.

 

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Guida terrestre per le nuove tecnologie (rigorosamente dedicata alle donne)

Che fatica! Non mi viene in mente un’altra introduzione. Ieri sera chiamo il mio amico Roberto che io affettuosamente chiamo Roberto Roma. La conversazione è stata a grandi linee questa:

 

Io: Non mi è molto chiaro il tuo commento su Facebook
Lui: Non c’è molto da capire.
Io: Ok.

 

Dopo abbiamo cambiato argomento e siamo finiti a parlare della spazzatura milanese e i giorni in cui va buttata. In realtà da milanese mi sono sentita in dovere di spiegare ad un romano appena traslocato a Milano come deve fare per non prendere le multe.


Lui: Io butto la spazzatura in incognito.
Io: Scusa, che vuol dire?
Lui: Non mi piace che i vicini mi vedano con gli scatoloni appena presi da Ikea.
Io (molto perplessa): Va bene, anche se un po’ strano sei.
Lui: Sai che non va più di moda parlare al telefono?
Io: Ma davvero?
Lui: Ora si usa Whatsapp.
Io: A proposito di questo, devo scrivere un pezzo sulla tecnologia.
Lui: In che senso?
Io: Le donne e la tecnologia.
Lui: Non potete farcela. Due mondi che non funzionano.

 

Vedremo, gli rispondo io. Parto dall’inizio della storia così capite bene. Nel 2009 ho acquistato un telefonino Nokia fidandomi rigorosamente di due cari amici che sono anche ingegneri meccanici e amanti della tecnologia. Sono stata consigliata benissimo come sempre e non ho mai avuto problemi. Ora, che siamo nel 2014 ovviamente la batteria ha iniziato a dare segni di cedimento. Onestamente non mi dava neanche fastidio metterla in carica una volta al giorno. Il problema, se così vogliamo chiamarlo, nasce in un (apparentemente) insignificante mercoledì pomeriggio d’estate quando vengo invitata a mangiare la pizza a casa della mia migliore amica alla quale ho fatto anche da testimone di nozze. Quando arrivo, mi prende da parte la sua bambina e mi sussurra all’orecchio: ‘La mamma avrà il telefonino nuovo ma devi tenere il segreto, è una sorpresa!’. Ovviamente non era un segreto ma io stavo al gioco. Prima di quel giorno avevamo lo stesso telefono perché in realtà non siamo per niente interessate al progresso tecnologico. Il fatto è che suo marito ha detto che non poteva più guardarla con quel telefono (pure incollato, come il mio tra l’altro), quindi le ha scelto il telefono insieme al suo testimone di nozze che è responsabile in un negozio di telefonia.

 

Ecco, quando ho visto lei modernizzata e io ultima dei non moderni nella cerchia dei nostri amici, ho provato INVIDIA, inspiegabile ma c’è stata! Come quando eravamo piccole e a lei hanno comprato la Skipper originale e la mia era un falso. Ovviamente non sapevo, è una cosa che ho scoperto di recente e sapete che vi dico? La mia, anche se non era la figlia vera di Barbie e Ken era più bella della sua!

 

Dopo la pizzata e con l’avvicinarsi del mio compleanno ho deciso che non sarei rimasta l’ultima degli ‘sfigati’. Dopo anni in cui non usavo giocattoli, ho deciso che ne volevo uno! Io li chiamo così questi telefoni moderni, non riesco a trovare una definizione migliore. Dato che mi sono sempre affidata alla stessa persona per la tecnologia, ho chiesto aiuto; di solito ama fare ricerche ma questa volta è stato irremovibile ‘Nokia Lumia 630, niente Android’. Ho provato a farmi dare delle spiegazioni per capire meglio ma non c’è stato niente da fare e così ho deciso di fare un sondaggio tutto al maschile su quale dei due sistemi operativi era migliore. Nel sondaggio, e davvero non saprei dirvi il perché, ho coinvolto anche l’unico uomo che conosco senza telefonino e che di mestiere costruisce case, ponti e ferrovie. A questo proposito mi viene in mente che il mio amico Roberto mi ha definita svampita. Ammetto che è stato un gesto audace e la sorpresa ancora più grande è stata ‘android’, non entro nei particolari del sondaggio che ho condotto persino sulla spiaggia. Quando è troppo, è troppo!

 

Comunque, più opinioni sentivo e più mi sentivo confusa così ho applicato il metodo quello che dice ‘Se non va a destra, vai a sinistra’, qualcosa del genere: mi sono messa nelle mani (metaforicamente parlando) di mio cugino. A prima lettura non sembra niente di strano tranne per un particolare, è un pittore ma per fortuna di quelli anomali, è un vero intenditore di macchine, computer, telefonini e soprattutto è il più grande ipocondriaco che io abbia mai incontrato, probabilmente anche voi sareste d’accordo con me se lo conosceste. Mi ha davvero semplificato la vita nel tempo in cui abbiamo bevuto un caffè. Ora vi scrivo quello che mi ha scritto lui su un post-it, una sorta di guida terrestre alla nuova tecnologia.

 

Se siete donne, volete comprare un buon telefono senza spendere cifre esorbitanti (come piace fare ai maschi) dovete fare le vostre ricerche seguendo questi criteri:

1. Anche se i marchi sono differenti più o meno sono tutti uguali
2. Android (è meglio di Windows)
3. Wi-fi
4. 1 GB RAM
5. Minimo 4 GB memoria interna
6. Processore da 1GHZ in su (al di sotto non se ne parla)
7. Nel pacchetto (che sia ricaricabile oppure abbonamento) si parte da 2GB al mese

 

E ora passiamo alle marche che inizialmente avevo sul foglio:
– SAMSUNG
– HUAWEI (Y 300)
– HTC (il migliore, coreano)
– NOKIA (esiste anche la versione Android)
– LG

 

Bene, dopo avere deciso di fidarmi ho fatto altri sondaggi per vedere come sarebbe stata la reazione. Da subito è stato bocciato HTC (che esteticamente era il mio preferito) e ho ottenuto un’altra lista, questa (rigorosamente in ordine di qualità):

– Iphone
– Samsung
– Nokia

 

Dato che considero l’Iphone allo stesso livello di un Rolex oppure di un paio di Hogan, cioè un semplice (e costoso) status symbol per gente complessata, ero molto indecisa tra il Samsung e il Nokia della mia amica. Le mie conclusioni alla fine sono state queste:

 

– Non voglio avere lo stesso ‘giocattolo’ della mia amica del cuore. I tempi delle Barbie e Skipper sono finiti.
– Scegliamo un Samsung che abbia tutte le caratteristiche indicatemi da mio cugino.

 

Scelta finale, Samsung Galaxy s3 mini (4′, non è poi tanto mini), GT-i8200 (la nuova versione uscita agli inizi dell’anno con il processore potenziato). Con queste idee chiare mi sono presentata in un negozio di telefonia e ho fatto il mio monologo su cosa volevo e su cosa assolutamente non volevo e come se non bastasse ho trovato in rete (e questa è una cosa che sanno in pochi) che esistono due versioni dello stesso telefono. Volete sapere cosa ha detto il capo reparto (uomo)? ‘Lei è davvero una donna atipica. Di solito le donne vengono qui prendono la scatola del telefono e vanno alla cassa ma lei si intende, anzi potrebbe fare il mio lavoro’. Caro Roberto Roma, come vedi alla fine anche i due mondi apparentemente distanti si possono avvicinare e forse, persino funzionare.

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Di moda

Anche la moda femminile non è quella di un tempo. I cambiamenti non sono ancora drastici ma iniziano ad essere visibili. Oggi, quando le donne sono insoddisfatte reagiscono tramite i nuovi mezzi di comunicazione, vale a dire, i social network. A volte le loro reazioni sono così ‘forti’ che qualche CEO (Chief Executive Officer) – di solito uomo – si sente chiamato in causa al punto di scusarsi pubblicamente. Proprio questo è accaduto non molto tempo fa con il nuovo catalogo firmato H&M in cui sono state pubblicate le foto per la nuova linea di abbigliamento size plus. La modella che veste la taglia 44 ha un aspetto molto diverso da una donna che nel quotidiano indossa la stessa taglia. Direi che ha un aspetto normale, come se indossasse una media. Allora in cosa consiste il problema vi domanderete?

Nel fatto che la 44 sia la normalità? Magari fosse così… E’ ovvio che la maggior parte delle donne indossa propria quella taglia ed è altrettanto ovvio che non apprezzano essere considerate una size plus. Non è una questione solo di numeri ma anche di propaganda che ci viene imposta, ad esseri più precisi, il concetto dell’essere magre, presentandoci come il normale una ‘size plus’! – hanno concluso le donne arrabbiate. In difesa della casa di moda svedese si è presentato il loro CEO dicendo che le misure possono avere diverse interpretazioni.

I polveroni mediatici non sono di certo una novità per l’azienda H&M. Nel 1993 poco prima di Natale, hanno presentato una campagna pubblicitaria per la biancheria intima. All’epoca la loro testimonial era la prorompente Anna Nicole Smith. I giganteschi cartelloni pubblicitari che la mostravano in un seducente completo nero di pizzo (portava almeno una 44) hanno rischiato di causare un collasso del traffico ma stando alle fotografie che vengono usate più di venti anni dopo, le curve della signorina Smith non rientrerebbero nel size plus odierno, perché pare che questa taglia si sia ristretta come un vestito di lana, erroneamente lavato in lavatrice con il lavaggio previsto per il cotone. Non per forza ogni casa di moda deve avere le taglie superiori alla 42 ma bisognerebbe prestare più attenzione a come definire le misure standard e quelle per le taglie forti. Come se le donne normali non hanno già abbastanza problemi nel trovare dei vestiti appropriati, dato che la maggior parte dei modelli sembrano destinati alle adolescenti anoressiche. Che poi, ecco il fatto strano, le adolescenti hanno senza alcun dubbio meno potere di acquisto rispetto alle loro sorelle maggiori, mamme, nonne o zie.

Nonostante le giustificazioni del CEO, le fotografie sono quelle che comunicano di più. Viviamo in una società di immagini le quali ci stanno convincendo che, se indossiamo una 44 oppure una 46, siamo semplicemente grasse. Negli ultimi venti anni il trend della magrezza imposto sia dall’industria della moda che in quella pubblicitaria ha fatto scomparire anche le ultime curve rimaste sulle passerelle. I numeri che parlano di disordini alimentari, sono allarmanti: si calcola che tra uno e due percento di donne nell’età compresa tra i 15 e 40 anni soffre di bulimia. Bisogna anche puntualizzare un altro fatto. Gli esperti hanno stabilito che la maggior parte di persone che in questo modo drastico cerca di dimagrire hanno in realtà un peso normale!

E non si tratta solo di questo. Le vittime di queste malattie sono sempre più giovani. Le ragazzine, ancora prima della pubertà diventano consapevoli di quali siano i canoni estetici che la società ci impone e che bisogna soddisfare per sentirsi belle. Non bisogna poi sorprendersi se il 12 percento circa degli adolescenti ha avuto problemi alimentari almeno una volta entro i 20 anni. Ovviamente è preoccupante che la loro autostima dipenda dalla quantità di grasso, cioè, dalla taglia che indossano. E’ un fatto molto pericoloso di cui si parla in continuazione, non è necessario che una poveretta muoia di fame per fare prendere consapevolezza del problema al pubblico e frenare l’industria della moda. Vi ricordate di Ane Caroline Reston, la modella brasiliana alta 1,74 m per 40 chili di peso? E non era di certo l’unica. Dopo la sua morte avvenuta per anoressia nel 2005, l’Italia ha vietato la cosiddetta taglia zero e la presenza sulle passerelle delle ragazze con la massa corporea inferiore a 18 e – altrettanto importante – inferiore alla età di 16 anni. E’ stata chiesta anche la presenza delle modelle che portano sia la taglia 42 che la 44. La stessa politica è stato adottata dalla Spagna che, in più, ha vietato la produzione degli abiti da donna inferiori alla taglia 36, in quanto una taglia da bambina. Non è stata fatta forse abbastanza pressione sulle case di moda per evitare di trovare sui loro cartelloni pubblicitari dei scheletri viventi? Evidentemente, la risposta è no.

E’ vero, la discriminazione sull’estetica ci sarà sempre. Forse però la sommossa femminile di fronte a certe campagne porterà a qualche cambiamento. Quello che è accaduto con il catalogo di H&M mostra che le donne non sono soltanto delle passive consumatrici di tutto ciò che viene loro offerto. Non sono dunque delle vittime senza speranza. Le donne ritengono che per il denaro che spendono hanno diritto, non soltanto di richiedere dei prodotti adatti ma anche una pubblicità adeguata. L’industria della moda che detta le tendenze dovrebbe avere rispetto per i bisogni e le richieste della propria clientela. Ci può stare che non sono interessati ai valori quali il rispetto ma dovrebbero farlo per il valore al quale sicuramente tengono, il profitto. Se i CEO non capiscono che devono comportarsi in maniera educata verso coloro che li tengono finanziariamente in vita, allora non solo meritano la critica ma anche il boicottaggio, il quale è l’ultima cosa di cui hanno bisogno e i social network, grazie ai quali vengono anche organizzate delle sommosse politiche, possono senz’altro fare anche questo. Bisogna tenere presente che le case di moda sono qui per noi – non importa quale taglia indossiamo!

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La cosa

Questa postilla non è riferita al famoso film di John Carpenter, che mi piace assai, ma a quella cosa che hanno le femmine, che per noi maschietti, par maggior parte della nostra vita, è un oggetto di enorme interesse e desiderio. Talmente importante che la nostra lingua madre, cioè l’italiano, è piena delle relative espressione, allusioni ed aggettivi associati. Visto che siamo un popolo religioso, anche la cosa per noi è sacra nella sacrifica e contemporaneamente santa nella santifica. Ma ci sono anche molte apparizioni dove uno deve usare il cervello per capire in quale occasione e per quale motivo si è formata la parola. Oggi per happy hour mi sono fatto un po’ di birre, guardando anche delle belle ragazze che mi hanno ispirato per questo post e vi descrivo quello che passava nella mia sporca immaginazione mentre le guardavo, con le gambe incrociate e le gonnine corte (è crisi e non ci sono soldi per tanto materiale, meno male).

La gratifica potrebbe essere una parola relativamente moderna perché nel medioevo i grattaceli, da dove te la fa vedere, non esistevano. Oppure si trattava del fatto di averla gratis; mmmm.., direi che quest’ultima è molto più plausibile e desiderabile. Quando un maestro, oppure capo di qualcosa, vuole far star buoni gli alunni, o i propri uomini, gli deve dare qualcosa in cambio come premio per il fatto che stiano boni e da qui nasce la bonifica; nella sua presenza le cose definitivamente migliorano. Oppure si tratta di quelli casi disperati, quando verso il fine del mese in mancanza dei contanti uno prova a pagarla con i boni pasto che gli da l’azienda.

Sulla modifica sono indeciso sui modi come affronta le sfide maschili, oppure sulla modica qualità della stessa. Se malefica, allora dei dubbi spariscono e si sa che è meglio evitarla. Se una si gratta, che non è molto piacevole nemmeno per gli utenti, perché dopo lo dobbiamo fare anche noi, cioè utenti, la chiamano grafica. Ma mi viene l’idea che potrebbe trattarsi anche dei graffiti, cioè delle cose con i tatuaggi che oggi sono diventati popolari anche in quelle zone basse.

Anche la cultura straniera, alla quale siamo esposti tramite i nostri media, ha influenzato fortemente il nostro linguaggio, pertanto una scarifica è una che ti fa paura, come nella serie infinita dei film Scary Movie. La vedi è ti spaventi? Non mi è mai successo, ma se è una che appartiene ad una vecchietta può darsi che fa questo effetto e ti provoca un certo terrore.

Ma io ho la mia preferita, quella molto inglese. Pertanto proprio godo quando i poliziotti mi fanno una verifica dei documenti e la presenza degli aggeggi che si devono trovare al bordo. Dopo ci sono anche le derivazioni che indicano una con due palle (cioè due C), oppure molto grande (meglio evitare perché c’è poco attrito) nelle varie situazioni, come per esempio ficcanaso, un attività un po’ strana ma che succede se uno non sta molto attento in alcune posizioni.

E tutte le altre che ho tralasciato, come ad esempio significa, specifica, ecc., lascio a vuoi e alla vostra immaginazione e creatività. Se tirate fuori qualcosa carino, fattemi sapere così potrò produrre un vocabolario ficaliano.

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Igiene ad altezza

Settimana scorsa sono tornato da un viaggio esotico di 2 settimane. La meta era Cina e Tibet. Arrivato all’aeroporto di Pechino la mia prima necessità era cambiare un po’ di valuta. Scopro che sono ladri come noi: la differenza tra la quota di acquisto e vendita, cosiddetto spread, è superiore al 10%, come risulta anche nei tutti gli uffici di cambio in Italia. Nei paesi onesti andiamo su uno, massimo due percento. L’altra scoperta è che là ci sono più Cinesi che a Milano,sono oltre un miliardo. La città è invece inquinatissima e tante persone portano le mascherine da chirurgo e sembrano dei terroristi che nascondono propria identità alle autorità. Taxi costa poco ed anche i ristoranti sono più che abbordabili, ma nei chioschi per le strade una lattina di birra costa 3 euro e ha metà dell’alcool che si trova da noi.

Non conosco i dati ufficiali, ma non dovrebbero avere dei problemi di disoccupazione. Forse non sono tra gli stati più produttivi del mondo, ma lavorano tutti. Accanto alle scale mobili della metro c’è sempre seduto un impiegato, nella sua bella divisa che controlla il funzionamento, oppure dorme. Per cambiare 5 metri di cordolo su una strada ci vogliono circa una ventina di persone. I lavori di precisione fanno gli uomini mentre le donne si occupano dei lavori pesanti, come per esempio portare manualmente i cordoli: ecco un paese dove l’emancipazione non è soltanto uno slogan.

Dopo qualche giorno trascorso in Cina, ho preso un treno notte per andare in Tibet. La cosa curiosa che ci vuole un visto per andare là; non è sufficiente avere il visto cinese che si deve avere per forza. E me l’anno controllato almeno 4 volte. Il treno viaggia 24 ore e sfiora la quota di 6000 m in altezza. All’interno delle cuccette ci sono dei tubicini per l’ossigeno. Per quelli che stanno male c’è una bombola dalla quale fuoriescono dei tubi che ti infilano nel naso. L’anno applicato ad un passeggero che si è sentito male; appena si è ripreso, ha accesso una sigaretta. Nelle carrozze sono disposti anche i lavandini. Peccato che nessuno gli usa per lavarsi. Se ho capito bene, l’usanze locali dicono che quando passi accanto devi sputare dentro, possibilmente in modo rumoroso, così che tutti sappiano che hai rispettato la tradizione.

Sono arrivato a Lhasa, si trova a 3700 m, con un mal di testa e un po’ di nausea – dicono che sia normale vista la bassa pressione d’aria e poco ossigeno. Dopo un paio di giorni stavo già bene ma il nemico numero uno erano le scale; fai un piano e ti sembra di aver scalato Mt. Everest. Anche il parlare porta via tante energie perciò si limita la comunicazione al minimo – devo portare là più spesso mia moglie. Il pezzo forte sono i bagni pubblici. Alcuni anno la turca, ma altri un semplice buco nel pavimento che continua con un buco più grande. E dentro c’è tutta la storia del popolo tibetano: puoi vedere cosa anno mangiato, bevuto come hanno digerito, se riesci a trattenerti abbastanza a lungo. In alcuni casi ci sono delle porte, ma nessuno pensa a chiuderle. In altri c’è un piccolo muretto tra due buchi e così, se si vuole, si può comunicare con il vicino mentre si espleta.

Ma Tibetani non mi sembrano molto socievoli; anziché comunicare, sono tutti accovacciati con un cellulare in mano, mandando messaggi a chi sa chi – in effetti, questa è la comunicazione. Nella zona del urinatoio mi sono trovato nelle situazioni molto stretta, spalla a spalla, per non dire coso a coso. In un momento mi è quasi venuto a chiedere il mio vicino se me lo può tenere per un momento per liberarmi le mani ed accendere un sigaretta. Anche in questo paese Asiatico quasi da per tutto è vietato fumare, ma la gente se ne infischia e nessuno dice niente.

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Erbaccia

Appena aperti gli occhi stamattina ho capito che manca la luce. L’orologio mostrava le 9. Ci aspetta un’altra giornata grigia, con tante nuvole. Un cafferino ed una sigaretta per tornare in coscienza. Non pioveva. Mi sono messo i stivali di gomma e sono uscito in giardino. E’ primavera (siamo sicuri?) e bisogna fare un po’ di lavori che sposto sempre più in là. Ma oggi sento l’energia e devo sistemare un po’ di cose che da tempo stanno aspettando. Guardo incredulo. Per spiegarmi, il giardino si trova dietro la casa e non lo vedo tutti i giorni. L’ultima volta sono andato là 2 settimane fa. Pieno dell’erbaccia. Ho sradicato ‘sta roba non tanto tempo fa, ma cresce senza ostacoli. Mi sembra che con poca luce lo fa ancora meglio, segretamente, di nascosto, ma alla fine si vede e come.


Come la nostra politica, come i nostri rappresentanti, quelli eletti dal popolo sovrano. Meno luce c’è, loro stanno meglio. Si muovono bene come se fossero apparecchiati con gli occhiali infrarossi. E non soltanto che hanno preferenze simili all’erbaccia, si assomigliano proprio. I veri parasiti che vivono a scapito di qualcun altro, fregandosi di quel altro, anche sapendo che senza esso loro non potrebbero esistere. Nel pomeriggio ci aspettiamo una nuova fornitura, se si mettono d’accordo. Ma non ho alcuna preoccupazione a proposito. L’erbaccia è molto adattabile e non ha molte incompatibilità, nemmeno tra le varie piante della stessa specie. E le radici ce l’ha profonde, faccio fatica a rimuoverla.


Dopo aver sistemato la zizzania, mi sono lavato e sono andato al supermercato, ad accompagnare mia moglie. Lei è andata a fare le compere e io ho pagato la bolletta del Telecom. Salatina, come al solito. Ho incontrato Michele e ci siamo goduti ‘na birretta (lui è napoletano) insieme. Mi ha raccontato come la sua azienda, dove lavora, ha aperto una filiale in India e lui è andato là per fornire l’assistenza e formare il personale. E’ rimasto scioccato. Nel processo di produzione si utilizza una specie di acido caldo che a volte spruzza dalle vasche dove si annegano i profili metallici. In Italia gli operai sono dotati dei pantaloni antiacido e delle adeguate scarpe. In India lavorano indossando i tradizionali sandali. La legge non obbliga l’imprenditore di tenere conto della sicurezza e quello rispetta la legge, risparmiando alla grande.


In effetti, dell’altro ieri è la notizia del crollo di un fabbricato in quelle zone dove sono morti tantissimi operai, prevalentemente le donne. Producono la roba per l’occidente a bassissimo costo che qui ci rivendono a caro prezzo. Benetton non ha avuto nemmeno la faccia di ammettere che producevano anche la loro merce, anche se dappertutto erano visibili i capi con loro etichetta. Qui il tasso di disoccupazione cresce sempre di più e la sfruttano la gante locale per pochi dollari al giorno. Il denaro e nostro Dio e questo sappiamo già da tempo.


Per il pranzo un piatto di orecchiette con le cime di rapa (oggi le erbe bi perseguitano). Mezz’ora di riposino, ancora un cafferino. E mi sono messo a cercare su internet per trovare un posto dove posso confidare i miei pensieri, ovviamente gratis. Ecco come è nata la POSTilla. Mentre scrivo, seguo le notizie legate al nuovo governo. Mi fa ridere Bersani che dice no ad un governo ad ogni costo. Ma ha chi cerca di buttare il fango negli occhi? Per un mese un deciso no che e diventato un si, praticamente incondizionato. La mia sensazione che questa volta sarà difficile fornire delle spiegazioni. Chi sa se ci possono salvare gli insetti; loro di solito mangiano le erbacce, ma ho paura che potrebbero toccare anche la mia verdura.


Mentre stavo postando è arrivata la notizia che il nuovo governo è stato formato. Noto che conosco pochi ministri e questo mi da un po’ di fiducia, ma non spero troppo.

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