Di moda

Anche la moda femminile non è quella di un tempo. I cambiamenti non sono ancora drastici ma iniziano ad essere visibili. Oggi, quando le donne sono insoddisfatte reagiscono tramite i nuovi mezzi di comunicazione, vale a dire, i social network. A volte le loro reazioni sono così ‘forti’ che qualche CEO (Chief Executive Officer) – di solito uomo – si sente chiamato in causa al punto di scusarsi pubblicamente. Proprio questo è accaduto non molto tempo fa con il nuovo catalogo firmato H&M in cui sono state pubblicate le foto per la nuova linea di abbigliamento size plus. La modella che veste la taglia 44 ha un aspetto molto diverso da una donna che nel quotidiano indossa la stessa taglia. Direi che ha un aspetto normale, come se indossasse una media. Allora in cosa consiste il problema vi domanderete?

Nel fatto che la 44 sia la normalità? Magari fosse così… E’ ovvio che la maggior parte delle donne indossa propria quella taglia ed è altrettanto ovvio che non apprezzano essere considerate una size plus. Non è una questione solo di numeri ma anche di propaganda che ci viene imposta, ad esseri più precisi, il concetto dell’essere magre, presentandoci come il normale una ‘size plus’! – hanno concluso le donne arrabbiate. In difesa della casa di moda svedese si è presentato il loro CEO dicendo che le misure possono avere diverse interpretazioni.

I polveroni mediatici non sono di certo una novità per l’azienda H&M. Nel 1993 poco prima di Natale, hanno presentato una campagna pubblicitaria per la biancheria intima. All’epoca la loro testimonial era la prorompente Anna Nicole Smith. I giganteschi cartelloni pubblicitari che la mostravano in un seducente completo nero di pizzo (portava almeno una 44) hanno rischiato di causare un collasso del traffico ma stando alle fotografie che vengono usate più di venti anni dopo, le curve della signorina Smith non rientrerebbero nel size plus odierno, perché pare che questa taglia si sia ristretta come un vestito di lana, erroneamente lavato in lavatrice con il lavaggio previsto per il cotone. Non per forza ogni casa di moda deve avere le taglie superiori alla 42 ma bisognerebbe prestare più attenzione a come definire le misure standard e quelle per le taglie forti. Come se le donne normali non hanno già abbastanza problemi nel trovare dei vestiti appropriati, dato che la maggior parte dei modelli sembrano destinati alle adolescenti anoressiche. Che poi, ecco il fatto strano, le adolescenti hanno senza alcun dubbio meno potere di acquisto rispetto alle loro sorelle maggiori, mamme, nonne o zie.

Nonostante le giustificazioni del CEO, le fotografie sono quelle che comunicano di più. Viviamo in una società di immagini le quali ci stanno convincendo che, se indossiamo una 44 oppure una 46, siamo semplicemente grasse. Negli ultimi venti anni il trend della magrezza imposto sia dall’industria della moda che in quella pubblicitaria ha fatto scomparire anche le ultime curve rimaste sulle passerelle. I numeri che parlano di disordini alimentari, sono allarmanti: si calcola che tra uno e due percento di donne nell’età compresa tra i 15 e 40 anni soffre di bulimia. Bisogna anche puntualizzare un altro fatto. Gli esperti hanno stabilito che la maggior parte di persone che in questo modo drastico cerca di dimagrire hanno in realtà un peso normale!

E non si tratta solo di questo. Le vittime di queste malattie sono sempre più giovani. Le ragazzine, ancora prima della pubertà diventano consapevoli di quali siano i canoni estetici che la società ci impone e che bisogna soddisfare per sentirsi belle. Non bisogna poi sorprendersi se il 12 percento circa degli adolescenti ha avuto problemi alimentari almeno una volta entro i 20 anni. Ovviamente è preoccupante che la loro autostima dipenda dalla quantità di grasso, cioè, dalla taglia che indossano. E’ un fatto molto pericoloso di cui si parla in continuazione, non è necessario che una poveretta muoia di fame per fare prendere consapevolezza del problema al pubblico e frenare l’industria della moda. Vi ricordate di Ane Caroline Reston, la modella brasiliana alta 1,74 m per 40 chili di peso? E non era di certo l’unica. Dopo la sua morte avvenuta per anoressia nel 2005, l’Italia ha vietato la cosiddetta taglia zero e la presenza sulle passerelle delle ragazze con la massa corporea inferiore a 18 e – altrettanto importante – inferiore alla età di 16 anni. E’ stata chiesta anche la presenza delle modelle che portano sia la taglia 42 che la 44. La stessa politica è stato adottata dalla Spagna che, in più, ha vietato la produzione degli abiti da donna inferiori alla taglia 36, in quanto una taglia da bambina. Non è stata fatta forse abbastanza pressione sulle case di moda per evitare di trovare sui loro cartelloni pubblicitari dei scheletri viventi? Evidentemente, la risposta è no.

E’ vero, la discriminazione sull’estetica ci sarà sempre. Forse però la sommossa femminile di fronte a certe campagne porterà a qualche cambiamento. Quello che è accaduto con il catalogo di H&M mostra che le donne non sono soltanto delle passive consumatrici di tutto ciò che viene loro offerto. Non sono dunque delle vittime senza speranza. Le donne ritengono che per il denaro che spendono hanno diritto, non soltanto di richiedere dei prodotti adatti ma anche una pubblicità adeguata. L’industria della moda che detta le tendenze dovrebbe avere rispetto per i bisogni e le richieste della propria clientela. Ci può stare che non sono interessati ai valori quali il rispetto ma dovrebbero farlo per il valore al quale sicuramente tengono, il profitto. Se i CEO non capiscono che devono comportarsi in maniera educata verso coloro che li tengono finanziariamente in vita, allora non solo meritano la critica ma anche il boicottaggio, il quale è l’ultima cosa di cui hanno bisogno e i social network, grazie ai quali vengono anche organizzate delle sommosse politiche, possono senz’altro fare anche questo. Bisogna tenere presente che le case di moda sono qui per noi – non importa quale taglia indossiamo!

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