La banca

E’ inutile dire che ieri ho passato il tempo fino all’inizio del colloquio in modo molto turbato; oscillavo tra la depressione totale ed una inspiegabile euforia. Mi sono alzata alle 9 ed il colloquio era previsto alle 17. Le otto ore molto turbate con i pensieri che vanno e vengono. Rifacevo il trucco, sistemavo i capelli, esercitavo il mio sorriso davanti allo specchio. Sostenevo un dialogo immaginario con quelli della commissione, provando con le varie intonazione della voce, impostando la faccia da seria (rilassati un po’) a divertente ed allegra (no, meglio un po’ più formale).
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Alla fine, con un buon anticipo sono partita per il posto dove oggi potrebbe cambiare il mio destino. Il mio corpo fisicamente tremava e non riseco nemmeno a descrivere cosa succedeva nella mia testa. L’autobus che devo prendere è in solito ritardo di qualche minuto, ma io già sento la catastrofe: l’autobus è stato bloccato dal traffico, oppure si è guastato ed io non arriverò in tempo. Eccolo che arriva, più puntuale del solito. Mi siedo, mi alzo, mi sposto più indietro. La corsa sembra interminabile. Alla fine scendo dal mezzo e passo gli ultimi trecento metri fino a raggiungere lo stabilimento dove è insediata la banca. Sempre mi sono chiesta come mai i più belli edifici appartengono alle banche? Forse perché hanno tanti soldi.
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Guardo l’orologio. Sono in un anticipo abbondante. Mi piazzo a una decina di metri dall’entrata e accendo la sigaretta. Sbircio la gente che entra e esce. Alla fine accedo anche io. Il portinaio mi spiega dove devo andare. Sorpresa! Nella sala d’attesa ci sono altre due persone. Non mi aspettavo questo. Appena mi siedo, una signora esce dall’ufficio e chiama uno dei due. Sembra che i colloqui si sono protratti e così si protrarrà anche la mia attesa. Più aspetto divento più nervosa e insicura. Mi sto sistemando la gonna. Dalla borsetta tiro fuori lo specchiato. Controllo il trucco e la piega. Non trovo alcun difetto, ma niente mi sembra a posto.
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Finalmente entro nella stanza degli orrori. Un maschio ed una femmina. Mi salutano e tirano fuori il mio curriculum e il questionario che avevo compilate quando avevo presentato la domanda. All’improvviso sento che la paura che portavo dentro se n’è andata; come se avesse volato via in un instante. Il tizio legge alcuni dati del curriculum e del questionario. Sorride e muove la testa positivamente, come si dicesse: oh sì, questa va bene. Ma questo non mi rallegra troppo. L’espressione della tizia (sui quaranta, circa la mia età) non mi piace per niente. Non saprei spiegare perché, ma il mio istinto mi dice che non mi è favorevole. Lei mi fanno alcune domande sulla mia vita professionale. La sua faccia non cambia. Il tizio mi fa delle domande private, tipo cosa leggo, che tipo di film mi piacciono, se pratico qualche sport?
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Sono molto contenta delle mie risposte e del modo come le comunico; in modo pacato, ma rilassato ed anche divertente, con qualche battuta correttamente misurata. Lui mi informano, lo sapevo già, che questo è il primo passaggio e se lo passo ci sarà uno secondo tra sette giorni. Mi faranno sapere almeno due giorni prima. Mi fornisce un altro chiarimento: se passo anche il secondo turno ci sarà un corso di addestramento, in parte qui a Milano e in parte, per quanto riguarda il software da utilizzare, a Monza. Mi va bene? Sì, confermo, e aggiungo dentro me stessa: magari.
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Il fine settimana passato era molto impegnativo. Il primo giorno era nel segno di gonfiaggio dei palloncini. Erano più di 200. Meno male che c’era anche la mia sorella, ma anche i ragazzi del teatro hanno dato una mano. La conseguenza era che mi sono rovinata un dito sulla mano sinistra. Era impegnatissimo legare i palloncini. Il giorno dopo, domenica, sulla città è venuta una burrasca che non si vedeva da tempo.  Mercoledì, sei giorni dopo il colloqui, non avevo alcuna notizia dalla banca. Si tratta di una loro svista o di un ritardo nel comunicazione, oppure non sono passata il turno. Venerdì avevo già dimenticato il colloquio; la prassi per superare velocemente le delusioni. Ero già pronta ad affrontare la prossima festa dei bambini nel teatro scolastico; se il mio dito me lo permetterà.

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