Jethro Tull a Milano

Era il 23 luglio 2018, un lunedì. Una giornata un po’ scomoda per andare ad un concerto. Durante il fine settimana una deve sbrigare certe faccende che non riesce a fare durante la settimana: riparare qualcosa in casa (a me è capitato di dover pulire un tubo di fognatura nel garage), di fare delle compere (mia moglie mi ha convinto che devo comprarmi un paio nuovo di infradito), oppure si vede con gli amici. Alla fine succede che i lunedì sono una giornata di riposo. Però l’occasione era irripetibile e mi sono sacrificato, molto volentieri. Ha organizzato tutto mia compagna. Lei è molta attiva socialmente, dal vivo, ma anche in modo virtuale, su tutte quelle reti dedicate alla comunicazione tra le persone. Fa anche parte di un gruppo che fa un corso di cucitura. Là ha conosciuto una signora con la quale è nata una certa empatia. Così siamo andati in quattro, visto che la signora si ha portato con sé il suo marito. Io ero contento di avere una compagnia un po’ più estesa, ma anche dal fatto che al ritorno tornavamo con la loro macchina.

Io sono arrivato alla zona di San Siro direttamente dall’ufficio, con la linea metropolitana 5, quella viola, senza conducente. Era la prima volta che l’ho usata. Mi sono imbarcato nella prima carrozza; è una sensazione forte vedere i binari scorrere davanti a te e non c’è nessuno alla guida. Dimenticavo, ci sono anche doppie porte: sul convoglio una, e nella stazione la seconda; si aprono contemporaneamente. Così la sicurezza è più garantita perché nessuno si può buttare sotto treno. È dura la vita anche per la gente che vorrebbe fare quel gesto estremo; ogni giorno ci sono meno possibilità per l’azione. Arrivo alla ultima fermata ed esco davanti allo stadio. Un posto che sento nel cuore considerando che sono un milanista, non di quelli sfegatati, ma ci tengo abbastanza. Purtroppo, negli ultimi anni le delusioni sono stati molto più frequenti rispetto ai momenti di gioia.

Jethro Tull a Milano

Erano le 7 di sera e il sole stava ancora alto. Il bar dove dovevo trovarmi con il resto del gruppo era a 300 metri. Quando mi sono presentato io, loro erano già là, su un tavolo sulla strada. Ottimo, così mentre mi godo la birra potrò anche fumare. Mi sono presentato e abbiamo iniziato a chiacchierare, con una birra in mano. Il concerto iniziava verso le 9 e pensavamo di mangiare qualcosa, ma a disposizione era soltanto qualche canape e patatine, inculi nel prezzo delle bevande. L’Happy hour è diventato un modo per cenare a basso costo, ma anche la qualità non è molto alta. Di noi quattro, io ero il più piccolo; non di molto, ma era un fatto. Dopo la seconda birra ci siamo indirizzati verso Ippodromo dove si teneva lo spettacolo. Tanti anni fa frequentavo relativamente spesso il posto e conoscevo bene l’entrata, ma quella era per le corse. Quella dove si tengono i concerti era sul lato corto, almeno 10 minuti da quella principale. Alla fine siamo arrivati. Faceva caldo e si sudava. All’ingresso il controllo, abbastanza rigoroso. La merce principale che è stata sequestrata erano i flaconi di Autan. Serve per proteggersi dalle zanzare, e quelle non mancavano. Tutti sono rimasti sorpresi dal sequestro e molti protestavano; in vano.

Finalmente davanti al palcoscenico, bello ed imposante, ma in un ambiente molto umile. Qualche bagno mobile, 2 bar e poca gente, almeno per un evento come questo. Stimo che eravamo in 2, massimo 3 mila. Stavamo a 30 metri dal podio dove tra pochi minuti saliranno i miei artisti preferiti. In effetti, dopo qualche minuto erano là e hanno iniziato subito a spolverare le vecchie canzoni. Mi sono accorto che del gruppo originale è rimasto soltanto il capo, il personaggio chiave, Ian Anderson. Quest’anno compie 71 anni e questo tour mondiale è per festeggiare 50 anni di attività del gruppo. I capelli se ne sono andati da tanto tempo, ma la sua bravura è rimasta uguale. Quando si mette in posizione della gru suonando il suo flauto, molti raggiungono le vette spirituali.

Due ore di concerto in continua salita, sempre verso i pezzi più conosciuti. I due bar funzionavano alla grande; un leggero taso alcolico aumenta notevolmente il divertimento. I cestini erano pieni dei bicchieri di plastica. Il ritmo scatenato delle chitarre e dei tamburi si scambiavano con il dolce suono del flauto. La voce di Ian è ancora potente come una volta. Il finale era riservato per la loro più famosa canzone: “Locomotive Breath”. Una serata indimenticabile per, sembrava, pochi conoscitori e stimatori di questo gruppo britannico che è riuscito a distinguersi dagli altri con un approccio diverso al vecchio rock and roll. Dopo non poteva mancare il solito chiosco con i panini alla salamella e le birre. Per finire la serata in bellezza, salvo restando l’obbligo di alzarsi presto domani per presentarsi nel monotono ufficio.

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